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Recensione del lettore cd Dna Timeless

Il 22/06/2012 sulla rivista Fedeltà del Suono è stato pubblicato un articolo completamente dedicato Al lettore Cd Dna della linea Timeless.

Quanto scritto è di facile lettura, come non sempre succede mette in risalto le qualità del lettore Cd, ma porta anche a  conoscenza dei "limiti" percepiti.

Nient'altro di quello che in realtà è: ricerca e suono puro

 

Articolo a  cura di Andrea Della Sala

 

Qualche tempo fa ho avuto l’opportunità di incontrare Renato Filippini, responsabile del nuovo marchio italiano Omega Audio Concepts sorto sulle ceneri del glorioso brand Sigma Acoustics. A parte la passione per le lettere dell’alfabeto greco, Renato è una delle più fervidi menti applicate alla ricerca in campo audio. E il lettore di cui ci occupiamo oggi ne è la riprova.

Omega Audio opera attraverso il marchio Timelesse il DNA è il lettore cd entry level della casa, anche se il costo è ben superiore ai quattromila euro. Ciò non deve stupire più di tanto tenuto conto che il lettore flagship della Rise Acoustics costava uno sproposito, così come i cavi Cableless a lungo nostri riferimenti in redazione. Rise e Cableless sono infatti i precedenti prodotti curati da Renato. Il fatto è che questi oggetti erano e sono dannatamente performanti, vengono assemblati uno ad uno dopo anni di costante e spasmodica ricerca operata su qualsiasi più piccolo componente, anche quello  apparentemente meno significativo. Parlare di alta fedeltà con Renato è perfino stressante perché ti porta a fare delle considerazioni così peculiari e approfondite, peraltro condite da non semplici incursioni nella fisica applicata, che a volte ti senti un neofita. Dietro a questi prodotti c’è così tanta ricerca, così tanta sostanza, così tanto lavoro da lasciare basiti. È confortante pensare a quanto viscerale possa essere la passione per la musica riprodotta da parte di chi si arrovella da mattina a sera per offrire soluzioni tecniche e prestazioni sonore entusiasmanti.

ASCOLTO

Il Timeless DNA è capitato in un periodo di grande affollamento della mia sala d’ascolto. Si è trovato a scontrarsi con autentici giganti dell’audio internazionale e, sulla base del suo costo, ne è uscito con grande dignità. Sulla sacra panca del mio soggiorno giaceva il mio impianto di riferimento composto dal preamplificatore DMC 30SS S2 e dal finale DMA 260 entrambi di Spectral, diffusori Avalon Ascendant II. Nello stesso soggiorno, a disposizione: pre e finale Conrad Johnson Premier 10 e Premier 11a, diffusori ProAc Tablette Anniversary, Harbeth LS3/5a, Spendor S3/5R2. Nel tempo si sono aggiunti il DAC Kalliope di Gryphon, i lettori SACD Accuphase DP 550, Playback Design MPS5 e Soulution 540. A parte le problematiche logistiche (e assicurative) di un simile assembramento di elettroniche (successivamente ho dovuto rinunciare ad alcune elettroniche e diffusori per fare posto a passeggini, giochi, ecc. per la piccola Carolina), credo di non avere mai avuto così tante possibilità di verifica del suono di un’elettronica come in questo periodo. Tutte le macchine sono state ascoltate una via l’altra per cercare di capire più accuratamente possibile, almeno per contrasto, quali fossero le peculiarità del nuovo lettore di casa Timeless. Ho compiuto un simile sforzo, mai tentato prima, perché il primo, sommario ascolto di questo lettore, svolto frettolosamente in redazione, mi aveva sconvolto. Quindi non ho potuto resistere e mi sono caricato questi due lingotti in auto per consentirmi un lungo periodo d’ascolto in casa, cercando di offrire le migliori condizioni al contorno. Ebbene, mai tante attenzioni furono ripagate così proficuamente, anche se, lo dico chiaramente, il DNA non è, non vuole proprio esserlo, il lettore per tutti. Si tratta infatti di una di quelle elettroniche in cui il grado di sconfinamento da quella che possiamo considerare la linea piatta teorica delle risposta in frequenza è prossimo allo zero. Il DNA non è un lettore ruffiano, non gioca su morbidezze, enfatizzazioni sul medio, bassi dopati. È una macchina dall’incredibile verità timbrica, armonica, dinamica. E la verità, la pura verità, per fare un paragone con il mondo del cinema, non è quella del più bravo dei direttori delle luci che rendono il vero più bello del vero. Nossignori, il DNA tratta il contenuto del disco con impassibile e sferzante atteggiamento di equidistanza e imparzialità. Per cui, chi sa di cosa sto parlando, avrà già capito che questo lettore di compact disc, nella sua fascia di prezzo che, se vogliamo, è ancora economicamente accessibile ma non certamente popolare, rappresenta qualcosa con cui addirittura misurare le prestazioni altrui. Una macchina digitale si compone essenzialmente di due grandi aree: la sezione di conversione e quella di amplificazione analogica.  A tutt’oggi non ho ancora ben compreso, francamente, quale sia la più importante delle due, ammesso che ce ne sia una. Non l’ho ancora capito perché ho ascoltato macchine che potevano vantare il più elevato grado di ingegnerizzazione digitale, ultra aggiornate con i più prestanti chip di conversione (integrati o meno...), spinte all’inverosimile nella gestione separata dei segnali digitali (DSD su tutti) e analogici suonare bene, certamente, ma senza colpire al cuore e altrettante macchine con sezioni digitali poco più che accettabili fornire esattamente le stesse prestazioni delle prime, o anche migliori, grazie a sofisticatissimi e super alimentati stadi di uscita analogici. Sta di fatto che, ad oggi, le due migliori macchine digitali, in questo caso due DAC, da me ascoltate non potrebbero essere più diverse. Faccio anche i nomi e i cognomi: Gryphon Kalliope e Jadis JS1 MK IV. La prima (provata sullo scorso numero della nostra

rivista) integrata, a stato solido, convertitori ESS Sabre, la seconda valvolare, convertitori Analog Devices e alimentazione esterna (a quest’ultima dedicherò presto un diario d’ascolto). Due suoni completamente diversi ma ognuno talmente peculiare, corretto, appagante e avvincente che non saprei davvero quale delle due scegliere. Il Kalliope offre una scansione dei piani sonori drammatica, una velocità dei transienti fuori da quanto ascoltato finora (con positivi benefici su tutta la gamma), una dettagliatissima, ricchissima restituzione di tutto quanto possibile pensare di estrarre da un disco digitale. Lo Jadis ti atterrisce con un suono grande, pastoso eppure definitissimo, con un senso di realismo timbrico che nemmeno nei miei sogni più temerai avrei pensato di poter un giorno ascoltare. Il preambolo di cui sopra per aiutarmi, usando a riferimento questi due autentici caposcuola, a dire che il lettore Timeless DNA si situa in una ipotetica via di mezzo sonica in cui, se non si è presi dal sacro fuoco della continua ricerca di qualcosa di diverso (non necessariamente migliore, diverso) e se si accetta di non potere avere il meglio del meglio che c’è a meno di cinquemila euro di listino (consapevoli di stare però su percentuali prossime al 90 per cento del meglio del meglio che c’è), beh, si può smettere di cercare. Aggiungo che il Timeless in prova, per precise scelte puriste, non prevede ingressi digitali di alcun tipo, quindi niente musica liquida, ad alta risoluzione, ecc. È presente però un’uscita digitale SPDIF che lo rende anche una fantastica meccanica. Detto questo, ecco riportato di seguito cosa invece il DNA offre a piene mani.

Come detto in precedenza, grandissima linearità dacapo a piedi. Una linearità che si estrinseca attraverso un suono apparentemente asciutto ma che è invece esclusivamente pulito, privo di lordure, di indebite aggiunte volte a rendere più commestibile qualsiasi suono. Per questo dicevo in precedenza che non è il suono per tutti. Bisogna essere approdati, dopo molti ascolti, alla consapevolezza che il meno è amico del buono e che il troppo è nemico della verità. Poi, siccome ogni differente gusto è comunque degno della massima considerazione e del più grande rispetto, ognuno avrà operato le sue scelte. Sta di fatto che la caratteristica principale del DNA, quella che me lo fa amare incondizionatamente, è anche quella che per altri, almeno a giudicare dalle lettere che ricevo da decenni in redazione, potrebbe essere il suo più grande limite. D’altronde signori, per dire, chi ama il fumo lento, si fuma un sigaretto alla menta o un Moro? Ecco, il DNA offre esclusivamente il suono più pulito, preciso e meno artefatto che si possa ascoltare. È una macchina capace di incantare per il senso del ritmo e per la dirompente dinamica, una di quelle elettroniche che ti spingono a riascoltare tutta la discoteca solo per sentire come vengono restituiti il contrabbasso di Haden o la voce di Jagger. Sicuramente posso definire come molto aperta la riproduzione dell’estremo acuto. Ma questo è esattamente il modo in cui qualsiasi elettronica che aneli all’olimpo delle elettroniche trasparenti dovrebbe comportarsi. Soltanto che questa grande apertura non sconfina mai in isterismi di alcun genere, in indurimenti o, peggio ancora, in stridii.

La grande ariosità riesce a stemperare qualsiasi timbro, transiente o pizzicato che con altre macchine ci era parso un poco sopra le righe. Questa è una caratteristica delle macchine audio di più alto lignaggio, tipica, per dire, del preamplificatore Spectral DMC 30SS S2 che riesce a separare ogni più insignificante piano sonoro senza andare a scapito della piacevolezza di fondo. Perché, vedete, io penso che il più grande piacere audiofilo sia esattamente quello della grande trasparenza. Di quella finestra aperta, spalancata, sul crudo contenuto del disco. Sono soggiogato però anche da quelle macchine che, cesellando in qualche modo il segnale, pur rispettandone pienamente timbrica e dinamica, riescono ad aprire finestre anche sul nostro cuore. Per questo amo indistintamente macchine come gli FM Acoustics, gli

Spectral e, di converso, tutto il catalogo di quarant’anni di Conrad Johnson e Klimo. Sono vie opposte per arrivare allo stesso risultato: convincere il nostro cervello che si sia di fronte alla realtà. I primi ci arrivano per sottrazione, sapendola conseguire egregiamente (molti altri offrono solo un suono asfittico, magro, monocorde pensando di esservi riusciti), i secondi assumendo che l’umido della vita abbia comunque la sua importanza per rendere memorabile (poiché perfino più riconoscibile) l’esperienza d’ascolto. Il discorso però, almeno per quanto mi riguarda, deve per forza di cose essere limitato alle amplificazioni. Perché invece, per le sorgenti, ci si deve necessariamente affidare alle macchine più lineari e trasparenti possibili. Questo in quanto tutto ciò che parte in una qualche misura incipriato, non può più essere corretto successivamente. Il Timeless in prova riporta la sorgente ad alta fedeltà alla sua vera essenza: estrarre dal supporto quante più informazioni possibili, riprodurle senza sporcarle. Praticamente l’attitudine concettuale del filo con guadagno. Quando questo si sa fare bene, e alla Timeless lo sanno fare benissimo, ci si esalta per il ricchissimo contenuto armonico di qualsiasi suono riprodotto, per l’attendibilissima ricostruzione della gamma grave che, pur non essendo imperiosa, è corretta, intellegibile, controllata come in natura (mai sentito percuotere da vicino una lamiera? Ecco, quel fragore iniziale seguito dalla molla d’aria che si libera in un attimo senza lasciare indietro una sola armonica). Una cosa che vale la pena di riportare è poi la grande sensibilità del Timeless al contesto in cui venga messo ad operare, ai cavi utilizzati, al resto dell’impianto. Come per qualsiasi altro purosangue, in effetti. Basti dire di quanto cambi la riproduzione offerta se si fa suonare il DNA con l’uno o l’altro dei due clamp con cui mi è stato fornito. Il più piccolo riesce ad asciugare ancora un poco la riproduzione, forse troppo, mentre quello grande, grande come il disco, infonde una timidissima maggiore presenza di quell’umido che rende il DNA così come ve l’ho descritto.

CONCLUSIONI

Timeless è un nuovo marchio ma dalle solide basi. È la nuova impresa di uno dei più appassionati, colti e al contempo umili ricercatori in campo audio che il nostro paese abbia offerto al mondo. Renato Filippini era nella compagine dei cavi Cableless e delle super macchine digitali High End Rise, per cui sa esattamente cosa fa quando lavora il segnale audio all’interno di una macchina digitale. Il DNA, oltre ad essere bellissimo, solido, perfino attraente, suona da macchina digitale allo stato dell’arte. È davvero poco quello che gli si potrebbe chiedere in più rispetto alle prime donne da decine di migliaia di euro con cui ha avuto la ventura di trovarsi in mezzo. Considerato il costo, non ce ne è per nessuno, questo sia chiaro perché è un dato di fatto incontrovertibile. Poi il suo suono non incontrerà i favori di tutti, ma non era costruire un best seller quello che volevano alla Timeless. Si voleva stabilire un termine di paragone fondato sulla correttezza generale e si è pienamente riusciti nell’intento. Questa filosofia consente di creare catene audio, modellandole in base ai propri gusti senza impazzire, avendo ben chiaro che solo a valle della sorgente si possano eventualmente operare delle scelte timbriche un poco più personali, partendo con il piede giusto. Ad un prezzo che se solo sullo chassis (o forse dovrei dire sul lingotto) ci fosse impresso un marchio storico dell’hi-fi porterebbe il prezzo a tre volte tanto senza che nessuno si azzardi a proferire parola. Questa è l’Italia che ci farà tornare ad essere grandi.

Viva la Musica.

Venerdì, 27 Giugno, 2014
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